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Alphadesigner è il nome d’arte di Yanko Tsvetkov, un designer di origini bulgare, che già nel 2009 al solo scopo di divertire gli amici pensò di riprodurre una mappa geografica dell’Europa “dal punto di vista bulgaro”, dove gli altri paesi erano caratterizzati non più dal loro nome, ma dallo stereotipo che il paese di provenienza del grafico assegnava loro.
La “trovata” ha riscosso un successo inaspettato che ha portato Alphadesigner a costituire una “task force” per realizzare diverse mappe europee, ciascuna ispirata dal punto di vista di un determinato paese. Ecco come sono nate “l’Europa vista dagli italiani, dai tedeschi, dai francesi, dai russi etc,etc.
Il primo esperimento nacque in un contesto particolare. Era il 2009 e tra Russia e Ucraina si stavano sviluppando crescenti tensioni dovute ai diritti di transito dei gasdotti russi sul suolo ucraino e le relative minacce russe di “chiusura dei rubinetti”.
A prima vista il fenomeno può essere derubricato come una velata forma di razzismo dettato dall’ignoranza. Sospendendo il giudizio morale per un momento con l’intento di comprendere le ragioni del successo del fenomeno, si possono scorgere alcuni modelli culturali antichi e schemi di lettura della realtà che sono “duri a morire”, perchè parte di retaggi culturali che difficilmente potranno risolversi con semplicità.
Stiamo parlando delle categorie concettuali dell’Etnocentrismo, in estrema sintesi la tendenza ad interpretare le “culture altre” alla luce dei propri valori e pertanto dei propri schemi di pensiero. Il problema è un “mare magno” che trascende le singole discipline di studio per riguardare l’intero spettro delle scienze sociali.
Etnocentrismo significa quindi “considerare sé stessi il centro di ogni cosa, mentre tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso“. Nelle sue accezioni si possono riconoscere una variante forte dell’etnocentrismo, che scade nel più volgare razzismo, e un’accezione “debole”, dove non è il disprezzo verso “gli altri” il carattere distintivo, quanto piuttosto l’applicazione di idee e significati che sono propri del nostro universo di valori a situazioni che invece ci sono completamente estranee.
Insomma, il limite di questo progetto grafico chiamato “Mapping Stereotypes” è quello di giocare con i criteri di giudizio propri di ogni cultura, che, come ricorda Herskovitz, padre del relativismo culturale, tendono inevitabilmente a sottovalutare gli altri.
Scherzosamente, potremmo dire che nel 2012 un semplice gioco grafico riaccende l’obiezione logica del grande antropologo italiano Ernesto De Martino: “lo sguardo che gettiamo sul mondo è sempre orientato governato da categorie ed esperienze storiche ineliminabili“. Dimostra giustamente il designer bulgaro-inglese che il pregiudizio non è però una prerogativa esclusiva di un “occidente che si crede superiore”, ma un vizio uniformemente diffuso in tutto il mondo.
Non siamo davanti a un fenomeno preoccupante, ma anzi. E’ sempre bene scherzare e saper ridere dei difetti propri come di quelli altrui. Quando un missionario gesuita, Matteo Ricci, si recò alla corte cinese dei Ming nella seconda metà del 1500, si trovò davanti dei planisferi che mettevano la Cina al centro del mondo. Oggi certe forme di rappresentazione del mondo ci appaiono impossibili, dettate da una chiusura culturale dettata dalla convinzione di una propria superiorità indiscutibile e totale. Se oggi rimangono solo alcuni cliché ci possiamo limitare a giudicarli in base al criterio del buono o cattivo gusto.
MAPPING STEROTYPES
La redazione di Limes Club Vicenza
Pubblichiamo la lettera firmata dal sottosegretario agli Esteri Marta Dassù, pubblicata oggi dal quotidiano La Stampa, in cui trova spazio una riflessione di stampo geopolitico relativa al grande tema dell’ “allargargamento dell’Occidente” che si concentra sulle dinamiche che l’Occidente dovrà mettere in campo per mantenere quella “primazia” che ha contraddistinto il XX secolo, all’indomani di un inizio di XXI secolo dove non sembra esservi alcun attore capace di assumere un ruolo di egemonia indiscussa.
| LA STAMPA 6.02.2012-pg12 MARTA DASSÙ* |
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| Caro direttore, l’Occidente è inevitabilmente in declino? A questo ormai annoso dibattito, acutizzato dalla crisi finanziaria, Zbigniew Brzezinski ha risposto di no, ieri sulla «Stampa». Ma l’anti-declino ha bisogno di due condizioni, per riuscire: la prima è domestica, l’America deve riscoprire le ragioni della propria «primazia» (l’innovazione, l’educazione, il dinamismo sociale); la seconda appartiene alla categoria delle «visioni strategiche». E la visione proposta dall’ex consigliere alla Sicurezza nazionale è semplice e lineare: l’Occidente deve allargarsi, per non perdere rilevanza e influenza nel secolo asiatico. Allargarsi in che direzione? In un libro appena uscito a Washington, Brzezinski sostiene che l’Occidente «plus» potrebbe essere immaginato così, fra un paio di decenni: una testa ancora americana (se anche l’America, appunto, farà i suoi compiti a casa), un cuore europeo (se l’Ue diventerà un’Unione politica vera), braccia e gambe allargate verso una Russia che scelga la democrazia compiuta, verso una Turchia più europea che neo-ottomana e verso vecchi e nuovi alleati asiatici intenzionati a bilanciare la Cina. Visione strategica o schema destinato a restare sulla carta?
In realtà, proprio mentre la crisi finanziaria sta mettendo a dura prova le democrazie liberali e proprio quando la combinazione fra capitalismo e autoritarismo comincia a proporsi come modello alternativo, un ripensamento dei contorni dell’Occidente è indispensabile. Per Brzezinski, è chiaro che la forza comparata degli Stati Uniti va ricostruita anzitutto dall’interno, così come quella degli europei richiede un’Unione più solida. Ma è chiaro anche che il vecchio rapporto transatlantico non è più sufficiente, di fronte allo spostamento del potere economico, demografico, finanziario, verso nuove potenze. La proiezione occidentale verso il continente euro-asiatico è, dal suo punto di vista, la priorità strategica di questo secolo.
La mappa mentale di Brzezinski è ancora «orizzontale», da Ovest verso Est. E continua a riflettere, assieme all’impatto dell’ascesa della Cina, i nodi rimasti irrisolti dal secolo scorso: integrare la Russia nella comunità occidentale è una delle speranze almeno in parte mancate del post 1991. Il veto russo all’Onu sulla Risoluzione di condanna della Siria conferma tutta la distanza che resta. Con conseguenze nefaste: in questo caso per la popolazione siriana, esposta da mesi a una repressione brutale.
Esiste anche, tuttavia, una mappa «verticale» da esplorare: la possibilità, cioè, di associare le sponde meridionali dell’Atlantico, dove grandi potenze economiche in pectore come il Brasile possiedono in teoria un «software» democratico occidentale, quelle radici storiche e culturali che ne costituiscono la base identitaria. In altri termini: l’Occidente più largo potrebbe avere una gamba importante non solo più a Est ma più a Sud. E la visione strategica potrebbe essere questa: una comunità «panatlantica» del XXI secolo, in grado di beneficiare di risorse tangibili (la spinta aggiuntiva di un’area emergente) e di fare leva su radici culturali comuni. Per gli europei, prima che per gli Stati Uniti, tenere in vita l’Atlantico è una condizione per continuare a contare, nel secolo del Pacifico. Anche per questa ragione, proposte come la creazione di qualcosa di simile a una free trade area transatlantica andrebbero valutate non solo in chiave economica (con i loro costi e benefici settoriali) ma anche per la loro importanza strategica.
La visione prescritta agli Stati Uniti da Brzezinski guarda peraltro correttamente all’Asia orientale come a una regione dove, economia globale o no, la geopolitica classica continua a contare. L’interdipendenza economica fra Washington e Pechino o l’importanza dei rapporti commerciali fra Cina e Germania non eliminano linee di faglia da ventesimo secolo, con dinamiche fatte di deterrenza e di equilibri militari. Alla luce di questo dato, il ruolo di «balancing» che Brzezinski raccomanda agli Stati Uniti in Asia resta necessario; la revisione della strategia di sicurezza americana va del resto in questo senso. Ragione di più perché gli europei assumano una quota crescente di responsabilità ai loro confini, nel Nord Africa e nei Balcani. L’Occidente, per restare influente sul piano globale, non deve solo allargarsi, quindi; deve anche specializzarsi.
Nulla di tutto questo funzionerà, evidentemente, se la prima prescrizione di Brzezinski agli Stati Uniti, che vale in genere per le democrazie occidentali – quella di rivitalizzare se stesse e la propria economia – non reggerà alla prova dei fatti.
Come ha sostenuto Niall Ferguson su Aspenia, una delle cause del relativo declino dell’Occidente è la tendenza a rinunciare alle proprie armi vincenti: la concorrenza, la ricerca scientifica, l’etica del lavoro, fino a dubbi nei propri sistemi politici. Negli ultimi due decenni, la rivoluzione delle aspettative «crescenti», che aveva garantito il successo del modello occidentale, si è trasformata nel suo opposto. Le conseguenze economiche, politiche e sociali sono ancora tutte da misurare.
È questa la ragione essenziale per cui ripensare, allargare, ma anche ritrovare l’Occidente, appare indispensabile.
*Sottosegretario agli Esteri, già direttore della rivista ASPENIA e membro del direttivo del CESPI
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Intervista a Lucio Caracciolo da,
Il Giornale di Vicenza, 27 Ottobre 2011, pg. 52.
L´11 settembre 2001 qualcosa si è incrinato: gli Stati Uniti, fino ad allora egemoni e convinti di dominare il mondo, si sono ritrovati da un giorno all´altro coinvolti e logorati da una guerra senza fine. L´affermazione della propria potenza e del proprio status di “nazione fiduciosa nella propria intrinseca bontà” sta costando agli Usa molto più di quello che possono permettersi, sia in termini di denaro che di credibilità. Lucio Caracciolo, giornalista e direttore di Limes, prova a spiegare in cinque tesi perché l´America è in guerra contro se stessa. America vs America. Perché gli Stati Uniti sono in guerra contro se stessi è il titolo del suo nuovo libro, edito da Laterza.
Caracciolo, gli Stati Uniti sono consapevoli di essere in guerra contro se stessi?
Alcuni lo sono, ma la maggior parte degli americani non lo è. Alcuni, anche nell´establishment americano, si rendono conto che il bilancio della guerra al terrorismo iniziata nel 2001 tende al negativo, nel senso che l´America sta perdendo influenza, prestigio e potere nel mondo. Credo che la ragione di fondo di questa perdita di potenza – non sappiamo quanto provvisoria – sia il fatto di essersi ingaggiata a bandiere spiegate in una guerra che non poteva essere vinta.
Lei descrive l´America come tradizionalmente “una nazione sempre fiduciosa nella sua intrinseca bontà e nella capacità di prevalere sul Male”. È ancora così o l´impero è in declino?
L´autocoscienza americana resta questa; la percezione del resto del mondo è molto cambiata rispetto ad esempio agli anni Novanta, quando sembrava che il paradigma americano stesse per diventare quasi universale. Oggi, invece, l´egemonia, anche nel senso culturale del termine, degli Stati Uniti è palesemente in declino.
Ma i valori che hanno ispirato la “Primavera araba” – libertà, uguaglianza, democrazia- non sono in fondo quelli che l´America ha sempre difeso?
Questo era probabilmente il motivo dei rivoluzionari della prima ora, di alcuni di quelli che si sono mossi soprattutto in Tunisia e in Egitto. Quello che vediamo negli ultimi mesi, specialmente a partire dalla guerra di Libia e dall´invasione saudita del Bahrain, è un po´ più complesso: ci sono istanze di libertà e di democrazia che però devono venire a patti con altre istanze che sono quelle dell´Islam politico, dei poteri tribali, delle minoranze etniche. Un quadro molto più complesso di quello che poteva apparire a gennaio/febbraio. Non mi pare per esempio che in Egitto si vada verso qualche forma effettiva di democrazia, ma semmai verso una replica aggiornata del potere militare, stavolta di intesa con i Fratelli Musulmani.
E le elezioni in Tunisia?
Anche qui, almeno da quello che finora si sa dei risultati, è stata una grande vittoria dei Fratelli Musulmani. Ma era prevedibile ed è in qualche modo inevitabile. La questione è capire se poi queste formazioni islamiche avranno un atteggiamento pragmatico e moderato, come è possibile e sperabile, oppure no. E probabilmente dipenderà molto da paese a paese.
Che ruolo ha la crisi finanziaria nella perdita di credibilità degli Usa? È una causa o una conseguenza?
Tutt´e due. È una conseguenza perché la guerra al terrorismo è costata all´America, almeno finora, circa tremila miliardi di dollari, il che ha contribuito ad appesantire un bilancio pubblico già molto molto deficitario. Allo stesso tempo è una causa perché quando l´America decide di formalizzare una sorta di esercizio imperiale, di fare la guerra per dimostrare di essere il numero uno più potente al mondo, evidentemente spende un sacco di soldi per farlo. Quindi si riduce ad averne pochi e meno soldi si hanno, meno influenza si può avere e meno progetti si possono fare.
Obama qualche giorno fa ha annunciato il ritiro delle truppe dall´Iraq entro Natale e dall´Afghanistan entro il 2014. È credibile? Che impatto ha questa promessa sull´opinione pubblica?
Ormai l´opinione pubblica americana è poco attenta all´Afghanistan ed è completamente disattenta all´Iraq, a mio avviso sbagliando. Entrambe le partite sono tutt´altro che chiuse e non sono state favorevoli agli Stati Uniti, almeno finora. Per quanto riguarda l´Iraq, sì, c´è questa promessa: ho il sospetto che non proprio tutti se ne andranno, cosiccome non credo nemmeno che tutti se ne andranno dall´Afghanistan. Almeno qualche base la terranno, ma forse qualcosa in più. Certamente l´influenza americana, in Medio Oriente e in Asia Centrale, già si è notevolmente ridotta in questi anni e ne subirà qualche conseguenza.
La morte di Gheddafi risale a qualche giorno fa. Chi l´ha vinta la guerra in Libia?
L´ha persa sicuramente Gheddafi e il suo clan. Chi l´abbia vinta è presto per dirlo. È un po´ un mosaico di eversori di Gheddafi che ora stanno litigando tra loro.
L´Italia, da sempre a caccia di un ruolo importante tra le nazioni europee, è ora in fondo alla lista insieme alla Grecia. Come vede il futuro del nostro paese?
Siamo un paese ancora molto ricco, relativamente ricco nel mondo, dal punto di vista sia del patrimonio dei cittadini italiani, sia del patrimonio pubblico. Siamo però un paese che ha cessato di crescere per varie ragioni, non ultima la demografia, e siamo soprattutto un paese che sostanzialmente funziona senza istituzioni: non abbiamo un governo che governi, non abbiamo un´opposizione credibile, non abbiamo un sistema politico strutturato. Questo è un grosso handicap ed è il primo problema da risolvere: ricostruire un sistema politico e istituzionale efficiente e credibile che possa stabilire e difendere i nostri interessi nel mondo.*
*Lucio Caracciolo ha presentato il saggio “American vs America” a Schio, ospite del centro culturale Card. Elia dalla Costa.
Vi invitiamo a leggere questi 2 articoli apparsi oggi su alcuni quotidiani nazionali
Sono firmati rispettivamente dal nostro direttore Lucio Caracciolo e dal professore emerito Ennio Di Nolfo.
Lucio Caracciolo – La Primavera Finita
Ennio di Nolfo – Gheddafi e la Prova di Forza della Nato
Se la Geopolitica è lo studio dei rapporti di potere letti attraverso lo spazio, è bene rileggere la risoluzione 1973 delle Nazioni Unite alla luce delle considerazioni più recenti sugli sviluppi del conflitto perdurante
La redazione di Limes Club Vicenza
Un giovane ambulante tunisino si da fuoco per protestare contro il regime di Ben Alì sulla scia delle proteste algerine contro il regime corrotto di Bouteflik e diviene il simbolo del proprio paese. Il gesto estremo (che riporta alla memoria i monaci buddisti tibetani) infiamma piazza Tahrir nel cuore de Il Cairo e l’Egitto si risveglia contro il trentennale potere del generale Moubarak. Nel frattempo gli Yemeniti chiedono la testa di Saleh, il re giordano Abdallah ricompone un governo di accomodamento, la Libia si bagna del sangue di migliaia di manifestanti e le voci della sommossa ritornano ad echeggiare fino a Teheran, dove erano state spente dai manganelli nel 2009.
Cercare di racchiudere in un unico sguardo prospettico la somma dei singoli eventi non è solo la vana tentazione dell’analisi politica internazionale, ma una reale esigenza davanti ad un panorama frastagliato dove le differenze culturali, etniche e politiche sembrano superare le analogie ravvisabili. Continue reading COSA ACCADE NEL MAGHREB
Invitiamo a leggere l’analisi di Lucio Caracciolo uscita oggi per la
pagina Esteri di Repubblica:
Invitiamo poi a leggere e commentare la riflessione di Caracciolo sul senso della Diplomazia nel mondo digitale, dove le informazioni sono ovunque e compito essenziale non è procurarsele o costruirle, bensì saper discernere l’utile dal superfluo, scoprendo, magari, che di “segreto” ormai c’è ben poco, anche in diplomazia.
Ieri 28 novembre, alle 22:30 (GMT) Wikileaks, il sito voluto e pensato da Julien Assange, mette in rete circa 216.000 files riservati, la più grossa Leak (fuga di notizie) della storia dilplomatica, per l’appunto.
Sono i “dispacci diplomatici” che gli ambasciatori e gli incaricati d’affari USA inviano quotidianamente al Dipartimento di Stato, all’attenzione del Segretario o del Sottosegretario di Stato. Quella mole infinita di informazioni non strettamente riservate, ma confidenziali, che è possibile visionare nella raccolta delle pubblicazioni dilomatiche del FRUS (foreign relations of the United States) una volta autorizzate dal Dipartimento di Stato e dal Consiglio di Sicurezza Nazionale. Normalmente si incontrano molteplici omissis, quando le espressioni usate dal diplomatico possono turbare l’indirizzo politico che si intende mantenere nei confronti di uno stato/ governo, o quando si fa riferimento a nomi dell’intelligence o informatori a vario titolo.
Cross Border, il Limes Club Vicenza, è anche un piccolo centro di analisi politica internazionale. Proprio per questo ci sembra essenziale una considerazione che non ravvisiamo nella stampa internazionale e interna.
Wikileaks nasce con l’intento di combattere quella zona grigia che sta tra gli incontri ufficiali di governo e l’ufficializzazione di molti accordi internazionali. Continue reading Wikileaks: le ragioni oltre l’analisi, oltre la geopolitica
Alta tensione tra le due Coree dopo l’attacco all’isola sudcoreana di Yeonpyeong
Alle ore 14.30, ora di Seoul, del 23 novembre, alcune centinaia di colpi d’artiglieria navale sparati da imbarcazioni nordcoreane danneggiano pesantemente l’isola sud coreana di Yeonpyeong.
L’isola si trova lungo il confine stabilito al 38° parallelo dall’armistizio del 1953. Era dal 1973 che non si ripetevano “scontri di confine”.
Dai governi di numerosi stati sono arrivate violente protesteche sottolineano la preoccupazione per il possibile sviluppo di tensioni che sfocino in un aperto conflitto.
La Corea del Nord è un NWS (nuclear weapons state), uno stato nuclearizzato de facto, in violazione del trattato dinon proliferazione. La tesione che corre tra le due coree diventa così un utile banco di prova per valutare nuovi percorsi e strategie di governance delle tensioni nucleari post Iran. Continue reading Corea del Nord e Corea del Sud, pace mai fatta
11 NOVEMBRE 2010… al centro Bolle della ditta Nardini di Bassano si festeggia il Capodanno 2050. Limes Club Vicenza partecipa.

Nel 2050 saremo 10 miliardi su questo pianeta….. ci saranno più lavoratori americani che cinesi…. il petrolio potrebbe non essere finito, ma potrebbe finire la superficie agricola utile a sfamare gli abitanti dle mondo che ci aspetta.
Demografia….economia, impresa e architettura insieme per capire cosa ci aspetta.
http://www.convegnonardini.org/
Sea Breeze era il nome in codice scelto da Israele per l’operazione militare che ha bloccato il covoglio Flotilla Freedom. L’evoluzione della vicenda più che a una brezza fa pensare ad un temporale.
Se poi si allarga lo sgurado al contesto mediorientale la brezza appare un ciclone, che non si sa mai bene che direzione prenderà.
Gaza vive una condizione di drammatica povertà da quando Israele nel giugno 2007, alla vittoria elettorale di Hamas, ha risposto con l’imposizione di un blocco commerciale. Ma la gente non sta morendo di fame: Gaza City è congestionata di automobili, i negozi di alimentari hanno gli scaffali pieni.La lista di prodotti ammessi da Israele, che ammette l’importazione della Cannella ma non del Coriandolo, non ha sortito grandi effetti contenitivi. Le merci arrivano di contrabbando attraverso i tunnel lungo il confine egiziano, che nonostante gli sfrozi israeliani, restano attivi e difficilmente controllabili. Continue reading Che vento soffia in Medio-Oriente?
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